Per il Rum è cominciato il viaggio verso Ovest – Madeira

I più attenti di voi avranno riconosciuto nel post precedente il profilo inconfondibile di Alessandro Magno, il grande conquistatore che, ben prima dell’impero romano, aveva soggiogato mezzo mondo sotto il suo vessillo. Beh, uno dei suoi generali più talentuosi, Nearco, scriveva nel 325 AC, dopo una spedizione in India: “In India esiste una particolare canna che produce un ricco miele senza l’intervento delle api, da questo miele si ricava una bevanda che stordisce gli uomini”. Queste sono le prime avvisaglie di ciò che sarebbe accaduto dopo (parlo dello stordimento) ma intanto la coltivazione della canna da zucchero e la distillazione del suo sciroppo si affacciano nel panorama europeo. Passeranno altri mille anni circa prima che, con l’avvento del califfato Umayyad (dal 661 DC al 750 DC), la coltivazione sistematica della canna da zucchero si affermi nel bacino del mediterraneo.

L’egemonia del califfato portò alla formazione di una zona di influenza enorme (nell’immagine in verde) e la sua politica di tolleranza sociale e religiosa consentì lo sviluppo economico e tecnologico dell’intera regione. L’ideazione di nuove tecnologie di irrigazione e gestione dei campi coltivati, e il miglioramento delle tecniche già in uso in India e Persia, portò alla proliferazione delle piantagioni di canna da zucchero in tutto il bacino del mediterraneo con la maggior concentrazione in Egitto, Sicilia (ebbene sì, la Sicilia era la seconda produttrice di canna da zucchero dell’epoca, ora si sta ricominciando a coltivare grazie ad Avola Rum), Malta, Cipro e dall’800 DC anche in Spagna del sud. Nonostante la progressiva caduta in disgrazia di questo califfato il bacino del mediterraneo subì sempre una grande influenza da parte della cultura araba che a sua volta prese tanti spunti dall’India e dalla Persia, non solo per quanto riguarda la coltivazione della canna da zucchero.

Attorno al 1000 vengono costruite le prime raffinerie di zucchero progettate in maniera da ottimizzare tempi e risorse, con un lavoro di progettazione finalizzato al massimo rendimento possibile. Vista la grande estensione territoriale del dominio arabo nel mediterraneo, si presentarono numerosi problemi dati dalla variabilità del clima e dalla necessità di cure idriche particolari per la coltivazione della canna da zucchero. Questa corsa all’ottimizzazione della produzione industriale è il trailer di ciò che accadrà nelle indie occidentali molto tempo dopo, ma fu anche il motore che spinse avanti l’innovazione nelle tecniche di irrigazione e gestione delle colture. Considerate che nel 2001, durante uno scavo archeologico, venne scoperta vicino a Jerico la raffineria di Tawaheen al Sukkar, questo ci fa capire a che capacità di coltivazione e trattamento dello zucchero erano arrivati gli arabi attorno al 1000 DC.

Fino a quel momento le popolazioni centro e nord europee non avevano avuto molti contatti con lo Zuchra, era un prodotto scarsamente disponibile e veniva trattato come una spezia. Quando cominciò l’epoca delle spedizioni crociate ebbero luogo i primi contatti “ufficiali” con lo zucchero e il suo ciclo produttivo. Man mano che i crociati assumevano il controllo di sempre più territori nel nord Africa essi si impadronivano anche dei siti produttivi dello zucchero e carpivano i segreti della coltivazione e del trattamento della canna da zucchero. All’inizio si preoccupavano di dare continuità alla produzione, successivamente ne presero il totale controllo. Dopo che i crociati caddero sotto il fascino dello zucchero questo oro bianco si riversò a fiumi attraverso i corridoi delle coorti europee: nel 1243 quella inglese acquistò, e consumò, circa 3000 kili di zucchero al costo, attualizzato, di 135€ al kilo (totale 405 000€ in zucchero, sai che diabete). Lo zucchero era diventata una merce piuttosto richiesta, insieme all’oro e alle spezie. L’uomo ha insito nella sua natura un irrefrenabile desiderio di esplorazione e ricerca dell’ignoto. Forse anche per questo, oltre che per le aspirazioni commerciali, i portoghesi (nella fattispecie il principe Enrico il navigatore e suo padre il re Giovanni I) misero su una discreta flotta di navi ed equipaggi con l’obiettivo di risalire la via dell’oro moresco che terminava a Ceuta, importante centro di scambi dell’epoca. Siamo a metà del quattordicesimo secolo e presto Ceuta stessa divenne un enclave portoghese (conquistata proprio dal re Giovanni), un grande punto di partenza per l’esplorazione dell’Africa occidentale via terra e via mare. Gli equipaggi portoghesi non erano composti solo da esperti marinai e gente poco raccomandabile che all’occorrenza poteva razziare e depredare ma anche da cartografi ed esploratori. Il loro scopo era mappare la costa occidentale dell’Africa e trovare nuovi territori da reclamare in nome della corona.

Per questo motivo vennero progettate e costruite nuove imbarcazioni. Leggere, manovrabili e veloci le Caravelle sostituirono presto le pesanti navi usate fino ad allora nel mediterraneo. La loro struttura e la forma delle vele gli permettevano di correre veloci e di sfruttare completamente il vento. L’oceano atlantico però non è il mediterraneo, e anche se i nostri prodi non erano marinai di acqua dolce le bufere atlantiche colpiscono duro e una nave come la caravella difficilmente poteva mantenere la rotta in mezzo ad una tempesta di quelle serie.

Attorno al 1420 una spedizione ordinata dal principe Enrico il navigatore venne affidata a due capitani di vascello: Joao Gonzalves Zarco e Tristao Vaz Texteira. Con le loro due caravelle essi percorsero la costa occidentale dell’Africa quando vennero colti in mare aperto dai violenti venti di tempesta dell’atlantico. Le caravelle persero la rotta e vennero violentemente deviate verso lidi sconosciuti. Danneggiate e quasi ingovernabili le due navi vagarono per settimane prima di toccare terra di nuovo. Terra sconosciuta.

Non posso immaginare cosa voglia dire andare alla deriva per settimane, senza sapere dove ci si trovi, senza google maps e senza spotify. Fatto sta che le caravelle di Zarco e Texteira, insieme ai loro equipaggi, trovarono la salvezza sulle coste finora inesplorate di un arcipelago sconosciuto. Loro chiamarono quelle spiagge con il nome di Porto Santo. Involontariamente, come quasi sempre è accaduto, quei marinai scoprirono l’esistenza di Madera (o Madeira).

Si conclude qui il nostro viaggio, o meglio questa tappa. E’ stata una cavalcata di oltre 2000 anni, un percorso che ci ha portato alla scoperta della culla del rum come lo conosciamo oggi.

Dal prossimo articolo le cose si fanno ancora più interessanti: Tierra! Tierra! Tierra!

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